Fotografia e potere
20. L'unica fedeltà possibile è al proprio sguardo
“Incompetente”, “sciatto”, “meschino”: così è stato definito sommariamente nei commenti social dell’universo MAGA il lavoro del fotografo Christopher Anderson a corredo di alcuni servizi di Vanity Fair sullo staff della Casa Bianca. L’impressione che i trumpiani hanno avuto è che Anderson “li abbia fatti venire male”; dal campo avverso fioccano commenti del genere di “non li ha resi brutti: sono brutti”, in una celebrazione forse un po’ troppo entusiasta della fotografia come strumento di irriducibile disvelamento della verità. Come sempre quando si parla di fotografia, però, la realtà delle cose va letta attraverso diverse filigrane.
Partiamo dalle immagini. Il tema del servizio ruota intorno a Susie Wiles e alle figure di primo piano dello staff di Trump: Vance, Rubio, Leavitt, Miller, Scavino, Blair. I soggetti vengono rappresentati in tre modalità: foto di gruppo, primo o primissimo piano, ritratto a figura intera.
Le foto di gruppo sono solo apparentemente scolastiche: in una, a colori, un lungo tavolo schiaccia i soggetti sullo sfondo; Vance, seduto, si fonde nell’arredamento; l’equilibrio è instabile e piega verso destra, col peso della foto che grava su un Miller appoggiato al bracciolo di una sedia in una posa che vuole affermare stabilità ma che sembra faticosa da mantenere. Lo sguardo dell’osservatore incontra al centro quello, stralunato, di Wiles che è a propria volta ribadito dagli occhi spalancati di Dan Scavino alle sue spalle.
La seconda foto di gruppo, in bianco e nero, è in realtà un dittico preso in due tempi, con JD Vance diviso addirittura a metà, mai intero, e con le due uniche donne sul lato destro, vicine ma contrapposte a darsi quasi le spalle. Anche qui bilancia il peso Miller dalla parte opposta.
Sui primissimi piani Anderson è stato chiaro: “It’s something I’ve been doing for a long time. I have done it to all sides of the political spectrum, not just Republicans. It’s part of how I think about portraiture in a lot of ways: close, intimate, revealing”. È effettivamente così e, anzi, questa sua cifra stilistica è raccolta in un libro del 2014 (“Stump”).
In questi scatti risaltano però molto i segni del volto, le rughe, i pori della pelle. Lo scatto più controverso è quello di Karoline Leavitt, il “volto” della Casa Bianca rappresentato da una donna che incarna i canoni estetici del trumpismo: giovane (solo 28 anni), piacente, bionda, occhi azzurri. Il ritratto rivela il trucco pesante e, soprattutto, i punti di iniezione del filler sulle labbra.
“I didn’t put the injection sites on her”, spiega Anderson al Washington Post. “People seem to be shocked that I didn’t use Photoshop to retouch out blemishes and her injection marks. I find it shocking that someone would expect me to retouch out those things”.
It was my attempt to circumnavigate the stage-managed image of politics and cut through the image that the public relations team wants to be presented, and get at something that feels more revealing about the theater of politics
Nei ritratti a figura intera il gioco fra ciò che i soggetti vogliono proiettare e ciò che la foto comunica si fa più sottile. Nulla è completamente sbagliato eppure nulla è completamente giusto. Un interruttore, la manopola di un termostato, lo spicchio di un vaso che spunta dietro la testa, un pezzo di poltrona, un soprammobile di poco gusto, un trasformatore che pencola da una presa: piccoli dettagli qua e là che suggeriscono approssimazione e distraggono dal soggetto principale. Ai piedi di Vance, il battiscopa è stato rabberciato. La bandiera è tagliata dall’inquadratura. Gli emblemi del potere e quelli dello Stato non coincidono e questi ultimi sembrano suppellettili accessorie (come il panno a stelle e strisce sgualcito sulla poltrona di Leavitt). Vance è schiacciato contro un muro, periferico; Wiles lo è in modo ancora più evidente per via dai diversi livelli che si susseguono alle sue spalle (incluso l’ultimo, sullo sfondo, in cui una figura nell’ombra parla al cellulare). Rubio, di profilo, pende verso una lampada; la foto pende con lui, con l’orizzonte leggermente inclinato; sembra si guardi i piedi, ma la posa somiglia più a un inchino: un inchino che – complici quei due gradi di inclinazione dell’inquadratura – è sul punto di diventare un capitombolo.
Una critica ad Anderson che va fatta cadere subito è quella di superficialità: esaminando l’intero servizio appare evidente come nulla sia lasciato al caso. La presenza e la posizione di ogni dettaglio, gli elementi compositivi (cornici, linee prospettiche, livelli di profondità), gli oggetti presenti nella scena: ogni cosa ha il proprio senso. L’effetto che si avverte è quello di una esibizione di forza, potere, sicurezza, continuamente compromessa da una sottile perdita di equilibrio, un indecifrabile discomfort, un senso vago di disagio o inadeguatezza.
Anderson lavora solo con quello che i soggetti (e il loro ambiente) gli propongono, fisicamente ed emotivamente. Non aggiunge, ma non toglie. Non sabota, ma non aiuta. Non si nega, ma non viene incontro.
Prima di iniziare, Miller domanda: “Should I smile or not smile?”. Per molti fotografi le fasi preliminari sono un modo di conoscere il soggetto, metterlo a proprio agio, favorire una risposta naturale. Platon, un altro fotografo avvezzo ai presidenti e ai close-up estremi, usa la prossimità per entrare in intimità: ha un modo di fare giocoso, affettivo, che smonta le difese. “Mr. President”, chiese una volta a Bill Clinton, “will you show me the love?”. Ne risultò un celebre ritratto in cui l’espressione divertita di Clinton non riusciva a distogliere lo sguardo dello spettatore dal vero centro della foto, indicato dalla cravatta, dalle gambe allargate con le mani sulle ginocchia, dalla distorsione dell’obiettivo: il cavallo dei suoi pantaloni.
Nel rispondere a Miller, Anderson sceglie una strada opposta a quella di Platon e ribalta l’onere della foto sul proprio soggetto: “How would you want to be portrayed?” (spiega poi: “We agreed that we would do a bit of both”).
Nel rapporto come nella prossemica, nel farsi vicino fisicamente Anderson si rende emotivamente indisponibile. Questa prossimità fisica, unita a una sorta di horror vacui emotivo, mira a elicitare una reazione spontanea sfiorando senza mai attraversarlo del tutto il confine del disagio (solo una volta Susie Wiles lo apostrofa seria: “You’re too close”).
Apro qui una parentesi su Stephen Miller. Come scrivo sopra, Miller bilancia il peso di entrambe le foto di gruppo. Nella foto a figura intera spunta dai pantaloni una pancetta poco lusinghiera, ma non c’è molto altro. Il suo primo piano, che gioca solo col chiaroscuro, è quello meno brutale. Lo sguardo è spento, ma l’aria minacciosa: non è insomma il ritratto di un uomo vacuo. Alle sue spalle affiora, come in altri scatti, lo “spicchio” di un quadro: in questo caso si tratta però di Crossing the River Platte di W. Whittredge che raffigura due nativi americani durante l’attraversamento di un fiume.
Mi chiedo se Anderson (che ha rischiato la vita nel naufragio di un battello di migranti haitiani mentre tentavano la traversata verso la Florida) non abbia percepito in questo specifico membro della Casa Bianca (o del suo pensiero) una minaccia particolarmente sottile, lucida, consapevole, non riducibile alla semplice inadeguatezza. Che sia, in breve, una persona da prendere molto sul serio.
Ora, sulla questione della verità. Anderson ha preteso – e ottenuto – di lavorare come fotogiornalista e non come fotografo di celebrities, occupazione che oggi svolge regolarmente (“Celebrity photos are celebrity photos. Politicians are not celebrities. Let’s not mix things up”, scrive su Instagram).
My job is to go in and draw on my experience as a journalist and photograph what I see. I go in not with the mission of making someone look good or bad. Whether anyone believes me or not, that is not what my objective is. I go in wanting to make an image that truthfully portrays what I witnessed at the moment that I had that encounter with the subject.
Come il giornalista sceglie le parole da usare per raccontare la realtà che vede, il fotogiornalista sceglie cosa mettere e non mettere nell’inquadratura. Anderson sa benissimo che ogni elemento di una foto è parte di un racconto: è vero che la rimozione in post-produzione dei segni del filler sarebbe stata una falsificazione; d’altro canto, la decisione di mostrarli in questo specifico modo è una precisa scelta narrativa.
Allora è giustificata l’irritazione del mondo MAGA? Si è preso gioco dei soggetti approfittando della loro vulnerabilità? No, per diverse ragioni.
La prima emerge dallo scambio avuto con Miller al termine della sessione: “You know, you have a lot of power in the discretion you use to be kind to people”. “You know, you do, too”. Il gioco di Anderson è a carte completamente scoperte: voi siete qui, voi siete questo, siate voi a mostrare quello che volete di voi stessi. Avete il potere, fatemi vedere come lo esprimete.
La seconda, più importante, dipende da cosa intendiamo per verità in fotografia – o forse dal fatto che, ogni volta che parliamo di fotografia, la parola “verità” dovrebbe essere semplicemente evitata. L’obbligo deontologico del fotografo è piuttosto quello della fedeltà al proprio sguardo, questione che può sembrare triviale ma che implica anche uno sforzo di spoliazione dai propri pregiudizi – positivi e negativi. Avvicinarsi, attraversare l’immagine artificiale dell’apparato propagandistico, cogliere quel che ne emerge, vederlo e raccontarlo: “I go in wanting to make an image that truthfully portrays what I witnessed at the moment that I had that encounter with the subject”, spiega sempre al Washington Post. L’adesione a questa forma di sincerità è il massimo che possiamo chiedere a un fotografo.
Non sappiamo come “si siano visti” i membri dello staff dopo la pubblicazione delle foto. Sappiamo però che chiunque occupi una posizione di potere e rinunci a immagini esplicitamente propagandistiche si espone – liberamente – a certi rischi e ne accetta gli imprevisti. Forse alla Casa Bianca non lo avevano capito subito.
Lo aveva capito benissimo invece quel consigliere di Clinton che, alla richiesta di Platon, esclamò con urgenza: “Mr. President, whatever you do, don’t show him the love!”
Una prima versione di questo articolo è apparsa su Inoltre.









Guardare le foto con il "sottofondo" delle tue parole le rende ancora più impressionanti. E fa anche pensare a quanto possano essere sprovveduti i suoi committenti che si sono accorti di cosa era il lavoro di Anderson solo dopo la pubblicazione
Bell'articolo, grazie Cristiano