Psicologia Pop
21. I temi della psiche nell’immaginario collettivo
Nel talk show di prima serata un gruppo di esperti si confronta sul movente del feroce assassino. Una frase, un gesto, la reazione a una domanda ne tradiscono il profilo psicologico. I puntini vengono uniti fino a tessere un raffinato quadro diagnostico che ne spieghi passo passo pulsioni, motivazioni, atti.
L’infettivologo divenuto popolare durante la crisi del Covid (che oggi si propone come “divulgatore scientifico”), sostiene che il “delirio di onnipotenza” di Trump potrebbe essere dovuto a sifilide terziaria.
Una pubblicità online invita a scoprire con un rapido quiz “quale tipo di ADHD sei”.
Leggo l’articolo di una “scrittrice e attivista” che spiega le ragioni della depressione post-partum.
In libreria, schierati in più file su un intero scaffale, dalle rispettive copertine occhieggiano con sguardo benevolo sfilze di autori che spiegano come crescere un bambino difficile, come liberarsi dalle relazioni tossiche, come vivere felici senza sentirsi in colpa.
Tiene banco sui social la polemica su un articolo in cui Richard Dawkins conclude che Claude sia “cosciente”.
Depressione, delirio, coscienza: termini entrati nell’uso comune con l’ambizione però di mantenere il loro valore e significato tecnico. Non modi di dire, quindi, ma vere e proprie etichette psicopatologiche assegnate disinvoltamente al di fuori dello spazio clinico.
Rispetto alle altre aree della medicina, la materia psichica ha una irriducibile caratteristica: manca di obiettività fisica. Il modo che la psichiatria ha trovato per trattare l’oggetto della propria sfuggente pratica clinica è quindi quello di affidarsi a una rigorosa precisione di linguaggio e a una semeiotica (la disciplina che si occupa di interpretare segni e sintomi) tutta sua (la psicopatologia). In questo spazio, il senso di una parte non può esistere avulso dal senso dell’intero e dalla sua relazione con le altre parti.
Purtroppo, si ha la sensazione che questi termini siano sempre più parole vuote, scelte sulla base di somiglianze appena superficiali con quei concetti così articolati di cui imitano il significato e che anziché aprire a riflessioni e approfondimenti pretendono di chiudere interpretazioni e discorsi. Il tutto, e questo è particolarmente grave, al di fuori di quel contesto clinico senza il quale ogni speculazione è priva di fondamento.
Preparando la scaletta di questo articolo, mi sono reso conto che di uno dei punti che intendevo sollevare avevo già scritto qualcosa oltre venti anni fa. L’articolo – diretto a un pubblico con una specifica competenza sui media – aveva l’ambizione di intercettare l’area in cui i tecnici della psiche e quelli della comunicazione potessero dialogare in maniera etica e socialmente costruttiva. Ho deciso quindi di partire da questo argomento, nella speranza di proseguire il ragionamento nei numeri che seguiranno. Nonostante il tempo passato, ho la sensazione che il contenuto sia rimasto sostanzialmente valido e lo ripropongo esattamente com’è stato scritto allora, aggiungendo solo in nota poche considerazioni più attuali e qualche grassetto per agevolare la lettura da display.
Psichiatria e media
Pubblicato originariamente in “InnovAzioni”, n. 5, nov-dic 2005, con il titolo “Video-psichiatri e depressione”
“Depressione” è un termine ormai di uso corrente, tanto corrente quanto impreciso è diventato il suo alone semantico. Un “googling” improvvisato e privo di ogni presunzione sociologica ci permette di trovare oltre tre milioni di pagine web in italiano che contengono la parola “depressione”, contro un milione e settecentomila che contengono “tristezza” (la prima dell’elenco, neanche a farlo apposta, riporta: “la depressione come forma della tristezza” – e ci risiamo). Come detto, questa indagine svolta dal salotto di casa non dimostra nulla; eppure, tornano i conti con la sensazione diffusa che nessuno si senta più banalmente triste, quando ha la possibilità di definirsi depresso.
Se fino a trent’anni fa chiedevamo conto ai poeti della nostra tristezza, oggi devono risponderci gli psichiatri, i quali generosamente non si sottraggono alla domanda e ci illustrano da trasmissioni, libri e rubriche cosa la depressione sia e come liberarcene. Lodevole il tentativo di rasserenare gli animi inquieti della società, però urge anche una riflessione sui rapporti fra società civile, mezzi di comunicazione e tematiche psicologiche. Queste ultime hanno infatti una presa formidabile sull’immaginario collettivo e, nel momento in cui propongono chiavi di lettura (seppur con le migliori intenzioni) non si può ignorare che lavorino anche come suggestioni potentissime e – se non ben identificate – in gran parte inconsce.
L’età dell’innocenza prefreudiana è ormai svanita: l’inconscio è nozione comune. La prima conseguenza di questo fatto è che i meccanismi di difesa (ovvero le strategie che l’Io predispone per non sperimentare l’ansia conflittuale, depistandola e permettendole di evadere dalla coscienza) sono cambiati: l’Io deve trovare vie più sottili per evitare l’ansia, perché la nostra cultura ne smaschera i meccanismi in partenza. Ad esempio: lo svenimento in pubblico (il classico “deliquio”) è un pessimo sistema per uscire da una situazione conflittuale, non funziona più. Lo stesso si dica della paralisi degli arti inferiori: non è più un modo per “non andare da qualche parte” e ricevere mille attenzioni, si viene scoperti subito. Quel che è peggio, è che si viene scoperti innanzitutto da se stessi: se prima bastava sfuggire alle maglie del censore sociale, il censore di oggi è quasi completamente interiorizzato.
Resi illeciti i meccanismi più grossolani, non rimangono che quelli indefinibili ed anonimi: attacchi di panico (o ansia “generalizzata”) e depressione, mali senza contenuto e senza causa, sono i lasciapassare per rimanere in pace, per vivere la propria difficoltà come legittima, per presentarsi agli occhi della collettività come persona degna ma momentaneamente inefficiente1. Queste “malattie-non malattie” sono universalmente riconosciute, accettate, rispettate. Dico “malattie-non malattie” perché se da un lato se ne accetta la natura “altra” rispetto all’esperienza comune (e non deve esser meno di così per giustificare l’interruzione della prestazione, metro unico di valore colto essenzialmente nella sua espressione quantitativa), dall’altro ogni riconoscimento di patologia viene temuto e respinto: il depresso va capito, com-patito, sostenuto ed incoraggiato, ma ogniqualvolta si sottolinei l’opportunità di un trattamento farmacologico (quando necessario) si rischia un’accusa di empietà, di reificazione del malato, di avvelenamento (mai come i questo periodo il pharmakon ha riacquistato tutta la sua doppia valenza di medicina-veleno, forse sull’onda di mode New age, olistiche e salutiste).
Nonostante questo fatto e la caduta un po’ in disgrazia della psicoanalisi dopo l’onda lunga degli anni Ottanta, la presenza degli psichiatri nei media rasenta la sovraesposizione2. Eppure, la nuova fortuna della psichiatria regge proprio su questa ambivalenza fra salute e malattia, che rende lo psichiatra attendibile nella misura in cui sia rassicurante, eviti di prospettare la possibilità della malattia insanabile, costeggi con leggerezza l’orlo dell’abisso senza mai precipitarvi, proponga stili di vita, suggerisca nuove dimensioni esistenziali, sia anch’egli, in ultima analisi, “medico-non medico”. Il discorso, evidentemente, è valido anche per gli psicologi, ove rispecchino queste caratteristiche (e del resto le due figure, al di là di pochi contesti in cui l’elemento tecnico appare particolarmente in evidenza, sono spesso pressoché indistinguibili).
Alcuni punti chiave
Prendiamo dunque in esame alcuni pericolosi scivolamenti che si rischiano ogniqualvolta la tematica psicologico-psichiatrica venga offerta all’opinione pubblica senza il dovuto discernimento.
La presenza nei media dello psichiatra ha spesso caratteristiche differenti rispetto a quella di altri medici. Un virologo può trovarsi a spiegare ad un pubblico più o meno competente, in un contesto più o meno formale, argomenti che suggestionano molto il pubblico e che risvegliano paure ancestrali (AIDS, SARS, influenza dei polli etc.), ma è suo compito dare una informazione3. Allo psichiatra viene troppo spesso richiesta una interpretazione: il più delle volte, questa interpretazione esplora (a volte in modo un po’ troppo semplicistico, ma di gran presa sull’uditorio) le delicate relazioni fra disagio individuale ed una presunta azione patogena della società, che diventa ultimo responsabile (astratto e non perseguibile) di ogni male.
L’interpretazione psicopatologica di ogni forma di disagio (non tristezza ma depressione, non rabbia ma frustrazione, non paura ma ansia conflittuale) porta a riconoscere in sé la causa prima (e malata) del disagio stesso come forma di inadeguatezza psicologica di fronte ai casi della vita. Questo punto sembra in disaccordo con il precedente, ma ne è grottesco complemento: non abbiamo scampo nella società (patogena) ma nemmeno possiamo trovarlo in noi stessi (costitutivamente insani). Tutti sono colpevoli, ma nessuno è responsabile.
Alcune malattie hanno una potenzialità fascinativa eccezionale. Per indurre pochi veri anoressici ad accettare le cure (come se bastasse uno slogan), si minimizza la portata morbosa dell’anoressia mentale, lanciando il seguente messaggio: non sei malato, hai solo bisogno d’amore e avrai amore se ti apri alla possibilità di essere aiutato. Non so quanto ciò funzioni con gli anoressici veri e propri, ma intravedo un sottotesto che giunge al pubblico di adolescenti sanamente conflittuati che dice più o meno così: se non ti senti amato smetti di mangiare, usa il tuo corpo per reclamare l’affetto che ti manca.
Questa fascinazione può avere anche segno opposto ed essere terrificante: se la depressione è sempre in agguato, ed un depresso può uccidere il figlio che ama e nonostante lo ami, tutti possiamo uccidere nostro figlio. Il male e la follia sono senz’altro parte dell’esperienza umana, ma i meccanismi che portano all’uno o all’altra non sono così semplificabili, ed il fatto che qualcosa faccia parte della natura umana non implica che questo qualcosa possa realmente esprimersi in ciascuno di noi da un momento all’altro e senza preavviso. La maggior parte di noi nella propria vita non uccide nessuno – grazie al cielo – e suggestionare una futura mamma (che già sta trascorrendo un periodo molto delicato della propria vita ed ha molte cose da elaborarsi per conto suo, in santa pace e senza la necessità di professionisti della salute mentale, giacché così succede dalla notte dei tempi senza problemi) con l’incubo della depressione post-partum è semplicemente fare del terrorismo gratuito (quello sì potenzialmente patogeno).
Tutto questo non aiuta affatto la clinica, generando una grande confusione negli stessi pazienti. Al di là dell’uso corrente, panico e depressione sono sindromi cliniche dalle caratteristiche ben precise, per cui tocca scontrarsi nella pratica quotidiana con autodiagnosi ed autoterapie (del tutto sballate) dagli effetti disastrosi.
La liberazione dell’individuo
Il più delle volte viene proposta come soluzione una liberazione del sé, con modalità che ricordano più il self empowerment che le indicazioni emerse da oltre un secolo di esperienza della psicoterapia. L’analisi della situazione propone un blocco della capacità dell’individuo di esprimere direttamente pulsioni e desideri per via di un timore di punizione, del senso di colpa o di un senso di inadeguatezza. La società punisce e soffoca, l’inconscio censura e limita. Si prospetta dunque un movimento di liberazione dell’individuo dai due tiranni moderni, le due istanze totalitarie e censorie che si oppongono a farci essere ciò che dovremmo o potremmo essere: società e inconscio.
Purtroppo, questa strategia “rivoluzionaria” produce schiere di “nevrotici egoisti”, che innalzano i propri bisogni contro quelli della collettività (e dell’Altro, vissuto nella sua potenzialità limitante e non nel suo essere innanzitutto soggetto di relazione). Inutile sottolineare come questo processo non porti né alla libertà né tantomeno alla felicità, ma semplicemente a una infelicità vittimista e deresponsabilizzata.
Al contrario, un sano percorso psicoterapeutico dovrebbe portare alla libertà, non alla liberazione (all’essere “liberi di”, non “liberi da”, cosa radicalmente diversa) e all’integrazione dei bisogni dell’individuo con quelli della collettività (è questo, ad esempio, un punto fermo molto chiaro in Jung, che rischia invece di essere frainteso a proposito del concetto di individuazione). Il processo psicoterapeutico-psicoanalitico non crea persone “sicure di sé”, ma permette alle persone di partecipare a un equilibrio armonico fra necessità individuali e necessità della collettività, di vivere questo equilibrio serenamente, di assumersi le proprie responsabilità, di sentirsi libero entro le proprie inevitabili limitazioni, non già onnipotente.
Media e psichiatria
Occorre a questo punto chiarire che non sto proponendo alcuna caccia alle streghe. Senza dubbio, esiste un indotto su cui è possibile organizzare un fiorente commercio, ma che è – a mio modo di vedere – effetto (per quanto disgustoso ove consapevole) più che causa. Non credo esista di per sé una responsabilità obiettiva né della stampa, né della comunità scientifica, se prese separatamente4.
La decisione di diffondere (se e come) alcune notizie viene spesso discussa in riunioni di redazione animate da prudenza e spirito critico. Ma è possibile lasciare sola la stampa di fronte a queste scelte? Possono i giornalisti decidere responsabilmente se non viene prima dato loro lo strumento tecnico per comprendere gli aspetti meno evidenti delle questioni? Ciò del resto non vuol dire che debba essere lo psichiatra a prendere questa decisione, prerogativa esclusiva della stampa; quest’ultima deve però a sua volta essere responsabilmente consapevole di quanto decide.
Analogamente, gli psichiatri sono parte di questa stessa società e non ci si può attendere che possano dominare i meccanismi dell’informazione, prevedere le risonanze sull’opinione pubblica, gestire gli effetti delle informazioni e della loro modalità di diffusione: ciò significherebbe attribuire loro un ruolo di controllo (e di potere) sulla società che non hanno.
Alla comunità scientifica (parlo quindi per la parte che mi riguarda), è sicuramente il caso di chiedere uno sforzo in più: il punto non è tanto nel parlare meno alle telecamere5 (anche se un po’ di discernimento non guasta), quanto nel parlare di più dietro le telecamere, ai professionisti dell’informazione e della comunicazione, agli intellettuali, a chi maggiormente ha la responsabilità della cosa pubblica e va più e meglio informato e messo in condizione di fare consapevolmente il proprio lavoro.
Le malattie prese in prestito a questo scopo sono sempre in grande risonanza con i trend culturali per cui oggi penseremmo più allo “spettro autistico”, all’ADHD, alla sindrome di Tourette etc.
Se vent’anni fa pensavo innanzitutto alla televisione, oggi lo spazio in cui guru e life-coaches di vario genere trovano ambiente fertile è soprattutto la Rete.
Il Covid purtroppo ha dimostrato quanto questa mia affermazione fosse esageratamente ottimista.
Oggi sarei decisamente più severo nello scrivere questo paragrafo.
Su questo oggi sono decisamente più radicale: c’è troppo narcisismo nel proporsi “divulgatori” di una materia molto complicata da divulgare e il danno prodotto nel diffondere concetti frammentari e mal fruiti è incalcolabile.


