Intelligenza (1)
22. “Professo’, me po’ veni’ su lei?”
Nel terzo episodio di Un sacco bello (C. Verdone, 1980), un disperato Mario Brega prova a riportare a casa il figlio Ruggero che si è unito da tempo a una comune hippy. Il signor Brega1 lo voleva “grosso” e “forte” e si ritrova invece un figlio dei fiori che misura piaceri, doveri e preoccupazioni secondo una scala che è, ai suoi occhi, del tutto incomprensibile.
Incontratolo non proprio accidentalmente a un semaforo mentre distribuisce volantini, lo convince a fare un salto a casa dove in realtà è pronta una sorpresa: ad attendere Ruggero in salotto c’è infatti don Alfio che “è un grosso studioso di morale, è un grosso filosofo”, insomma “è un omo de Chiesa co du’ cosi così”. Se non può convincerlo Brega a tornare alla vecchia vita, forse ci riuscirà qualcuno più autorevole.
Il grosso filosofo però non fa breccia e la situazione sembra anzi peggiorare. Battuto ma non domo, il povero genitore si gioca un’altra carta e telefona al “Professore” che abita nello stesso palazzo:
Sì, sta qui mi fijo, ma sta a parla’ col prete… quello se sta a fa’ mette dentro, non capisce niente, professo’… lei che è ’na persona intelligente, ’na persona colta, me po’ veni’ su lei…
Inutile dire che anche il Professore farà un clamoroso buco nell’acqua e al termine dell’episodio i personaggi si saluteranno senza che nessuno abbia concluso gran che.
“An intelligent man is hard to find”
Il sig. Brega ha modi spicci e una visione concreta delle cose; la grande Mercedes bianca su cui viaggia lascia intendere che si è saputo conquistare una buona dose di successo (chissà, forse come il “pizzicagnolo” di Borotalco, quello delle olive greche). Non gli mancano neanche le arguzie necessarie ad attirare il figlio in quella che oggi alcuni chiamerebbero una “intervention”. Non capisce ma capisce di non capire e di avere bisogno di un sostegno dialettico, di un traduttore che esponga meglio di lui i suoi argomenti in modo cristallino e inconfutabile: di qualcuno – in sintesi – “più intelligente”.
Ma come si fa a trovare una persona intelligente? Da cosa la si riconosce?
L’errore di Brega è stato quello di identificare l’intelligenza con titoli, cultura, posizione, eloquenza: ma sono questi segni diretti di intelligenza oppure non sono altro che sue – come direbbe Amleto – “gualdrappe e livree”2? L’“intelligenza” è infatti uno di quei concetti scivolosi di cui tutti crediamo di conoscere il significato finché non cerchiamo di definirli: in questo come in altri casi analoghi (pensiamo a “salute”, “coscienza” etc.) è più facile delimitarne le caratteristiche in senso negativo. Scrive K. Schneider:
Che la oligofrenia sia la «negativa» dell’intelligenza è cosa indiscussa. Ma che cosa sia l’intelligenza è una domanda cui non si può rispondere con una definizione: si può al massimo darne una descrizione e una parafrasi approssimativa.3

Il concetto di intelligenza nel mondo classico
Per iniziare quantomeno a delineare un campo, partiamo dalle origini di questa idea nella tradizione occidentale: intellĕgo è parola composta da inter-4 e legĕre nel senso di “raccogliere/scegliere fra”. Implica dunque un discernimento di fronte a una molteplicità di possibilità. Già nel mondo latino ha però un ampio ventaglio di significati:
accorgersi
notare
comprendere
formarsi un’idea
pensare
credere
valutare
intendere
avere competenza
percepire
e al passivo: “apparire”, “essere conosciuto come”
È quindi un termine che descrive l’attività stessa delle varie facoltà mentali – una specifica o tutte nel loro complesso – siano esse percettive, introspettive, conoscitive, di ragionamento, di astrazione o financo culturali.
Anche il termine greco νόος (o νοῦς) ha una varietà semantica che spazia da quella che intenderemmo oggi come intelligenza in senso stretto al senno, allo spirito, al pensiero, al sentimento, alla volontà, allo scopo e per estensione di nuovo all’attività mentale in generale.
Curiosamente, nel mondo greco ha un diverso (e inferiore) statuto la mètis (μῆτις), l’astuzia tipica di Ulisse: un po’ per il suo carattere malizioso e ingannevole, visto che la dialettica è contrassegnata da un duello a viso aperto fra intelletti; un po’ per il suo carattere “pratico”, giacché nel mondo greco la vera sapienza si eleva oltre le banali questioni della tecnica:
Odisseo non è un sapiente. Sapiente è chi getta luce nell’oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l’ignoto, chi precisa l’incerto.5
Secondo Ippocrate6 l’intelligenza svela cose nascoste, coglie leggi generali, giudica, discrimina il vero dal falso, conosce ed è sospinta dal “fuoco del lògos”. Quest’ultimo non va inteso però come “razionalità” in senso moderno, ma come principio di ordine, ragione, armonia, accordo fra natura e verità (e alternativo a un altro modo di conoscere le cose che è quello del mythos).
Galeno identifica l’intelletto
nella sintesi delle diverse «facoltà», che egli localizza in differenti e specifici centri del cervello: nei ventricoli cerebrali, alla base del cervello e nelle regioni frontali.7
Sostiene inoltre
che tutte le facoltà intellettive, sebbene vivano in specifiche parti cerebrali, «interagiscono fra di loro».8
La psichiatria fra filosofia e religione
Abbiamo quindi già nel II secolo una teoria sulla localizzazione anatomica delle distinte funzioni e al contempo l’idea di una psiche che opera in modo unitario grazie all’integrazione di dette funzioni. È una interpretazione molto moderna (così come il “fuoco” di Ippocrate preconizza in un certo modo il concetto di “energia psichica” tanto caro alla psicoanalisi).
Nel mondo greco-romano però – e questo avrà ripercussioni su tutta la filosofia occidentale successiva – le questioni squisitamente psicologiche sono sempre subordinate alla religione o alla filosofia.
La filosofia greca stabilì una tradizione che si deve additare qui con speciale evidenza: il considerare la mente umana esclusivamente come un dominio della filosofia, religiosa o secolare. Per molti secoli successivi questa fu una posizione che non venne mai invalidata dal medico, e appena la medicina tentò di esaminare la mente alla luce dell’esperienza medica, il teologo e più tardi il filosofo, facendosi scudo di una tradizione perenne, sollevarono violente obiezioni.9
In particolare proprio da Ippocrate, i medici devono quindi districarsi fra le osservazioni cliniche e i concetti (o preconcetti) delle idee loro contemporanee sul mondo fisico o metafisico. E non senza difficoltà: “Se la filosofia potesse creare dei buoni medici”, dichiara Celso, “il filosofo sarebbe sempre un guaritore migliore del medico”10.
“L’uomo è misura di tutte le cose”11, proclamava Protagora. Non è forse un caso che per arrivare a una definizione più moderna di intelligenza dovremo aspettare molti altri secoli e arrivare fino a Binet, autore del primo “test di intelligenza”. Ovvero fino a un’epoca in cui la frase di Protagora viene sovvertita e tutte le cose dell’uomo diventano misurabili.
Parleremo di questo in un numero successivo, grazie per l’attenzione,
Cristiano M. Gaston
Sì, il personaggio conserva il nome dell’attore perché Mario Brega è Mario Brega, punto e basta.
Shakespeare, W., Amleto, Atto I, Scena II.
Schneider, K., Psicopatologia clinica, Firenze, 1967(2), pag. 47.
È molto diffusa l’idea che essa derivi da intus- e legĕre, ma inter- è probabilmente l’interpretazione più corretta.
Colli, G., La nascita della filosofia, Milano, 1978(2), pag. 15.
Roccatagliata, G., La teoria della mente, Roma, 2006, pag. 245.
Ivi, pag. 247.
Ibidem.
Zilboorg, G., Henry, G. W., Storia della psichiatria, Roma, 2001, pag. 33.
Ivi, pag. 61.
Platone, Teeteto, 152a.



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